Mi sento elastico come un orsetto di gomma.

Oggi la lezione di yoga e stretching è stata più lunga del previsto. Abbiamo fatto praticamente le stesse posizioni di ieri ma Giovanni è capace di tenerle per periodi che tendono all’infinito. È come se per lui il tempo fosse dilatato. Non ha mai fretta di finire un esercizio mentre io dopo un po’ che sono in una posa scoppio a ridere per la sofferenza. Ogni volta che finisce un esercizio e sembra che stiamo passando a quali successivo, propone di fare anche una seconda versione alternativa dello stesso esercizio, raddoppiando la durata della seduta. Mi sento stranamente snodato e, devo dire, molto a mio agio col mio corpo. dopotutto era proprio questo l’obiettivo. Sulla profondità ancora non ci siamo. Avrei voluto battere il mio record attuale di 33 metri ma non ci sto riuscendo. L’orecchio sinistro mi fa male quando vado oltre i 22 metri e la profondità minima per passare il corso è di 24 metri. Mi sento sotto pressione perché domani avrò l’ultima opportunità per smarcare questo ostacolo. In compenso oggi ho imparato varie manovre di sicurezza tra cui la risalita in superficie simulando la perdita di maschera, di pinne, o che il lineyard che collega l’atleta al cavo verticale si incastri da qualche parte.

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Con la lezione di teoria ho capito perché se si tira troppo un’apnea è più facile sentirsi male in superficie che non a fondo. È per via della legge di Dalton: la pressione parziale di ogni gas all’interno di una miscela è uguale alla pressione esterna moltiplicata per la percentuale di volume occupata nei polmoni da ogni gas. Questo significa che quando siamo a 30 metri di profondità la pressione parziale dell’ossigeno sarà il quadruplo di quella della superficie. Il nostro cervello può misurare solo la pressione parziale e non il reale contenuto dell’ossigeno disciolto nel sangue, per cui quando siamo profondi viene ingannato. Per questo è difficilissimo che abbiamo problemi per mancanza di aria quando siamo sott’acqua, ma se osiamo troppo c’è il rischio di svenimento una volta che torniamo in superficie. Il vero limite dell’apnea, però, non è tanto la mancanza di ossigeno quanto l’eccesso di anidride carbonica nel sangue. È quest’ultimo che causa la fame d’aria e che quindi ci spinge a voler inspirare di nuovo. Praticamente tutti gli esercizi di preparazione all’apnea sono focalizzati sulla sopportazione di alti livelli di anidride carbonica nel sangue. Oggi l’abbiamo allenata con le “tavole della CO2”, esercizi di apnea in piscina che consistono nel fare 20 vasche sott’acqua e a diminuire sempre di più il tempo di recupero in superficie in maniera da rendere impossibile lo smaltimento di CO2 in eccesso nel sangue. Sono esercizi al limite della tortura. E se questo non bastasse, dopo ho dovuto anche fare la respirazione bocca a bocca a Bahr. Una simulazione, per fortuna. Stasera i compiti per casa erano l’esecuzione di una nuova CO2 table “a secco” sdraiati sul letto. Ovviamente ho ignorato i miei doveri anche stasera, ma almeno mi sono impegnato a fare una cena leggera in preparazione alla mia sfida di domani. Buonanotte