Oggi mi sono addormentato 5 volte e ogni volta che aprivo gli occhi sembrava di stare ancora sognando.

La prima volta è stata al Golden Monkey alle 4.30 del mattino, dopo aver dormito una singola ora ieri notte. Ho salutato l’hotel mentre il primo accenno di luce del mattino faceva comparire il contorno dell’isola di Cadlao di fronte a me. Che peccato andare via proprio oggi che il cielo era pulito da qualsiasi nuvola, il vento si era spento e le ondine sul bagnasciuga avevano un ritmo lento e rilassante.

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Sarebbe stato così bello oggi godermi la spiaggia di El Nido col sole e magari visitare la Bacuit bay e il suo arcipelago, uno dei più belli del mondo. Forse l’ho pensato troppo forte perché arrivato all’aeroporto hanno cancellato il mio volo. Di solito li cancellano per cattivo tempo, forse questo l’hanno cancellato per tempo inaspettatamente buono? Per il secondo giorno consecutivo non riuscirò ad arrivare a Cebu. Sono di nuovo bloccato in questo posto paradisiaco ma stamattina ero troppo assonnato per avere una reazione di qualsiasi tipo, che fosse di rabbia o gioia. Con grande tranquillità ho richiamato il tuctuc dell’hotel e sono tornato indietro. L’autista mi ha raccontato che ieri mattina prima dell’alba, quando durante il tifone io avevo troppa paura di mettere il naso fuori dalla mia capanna per andare all’aeroporto lui era lì fuori nel parcheggio al buio a prendersi l’acquazzone e le noci di cocco che cadevano dalle palme. Ho deciso di pagargli anche il passaggio che non ho preso ieri. Gli ho poi chiesto una piccola deviazione. Quella per prenotare il giro della baia. Sarebbe partito alle 9 quindi ho avuto il tempo per tornare in albergo e fare un’ora piena di sonno. Mi sono svegliato per la seconda volta con la vista su Cadlao, questa volta immersa in una luce fortissima e un cielo limpido, avevo voglia di tuffarmi in acqua e nuotare fino a quell’isola dall’aspetto incontaminato. Non ce n’era bisogno, ci stavo per andare a bordo della tradizionale bangka, il trimarano di lego spinto da un motore di camion. Il giro è partito in modalità “trappola per turisti”. La prima tappa era su una spiaggia come qualsiasi altra, anzi peggio. Tutte le grandi bangka, ognuna di un’agenzia di turismo, facevano manovre complicate per piazzarsi una a fianco all’altra sulla spiaggia e scaricare i turisti in acqua bassa. Più erano complicate le manovre è più erano rumorose.

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Sulla spiaggia c’era solo un chiosco, un campo da beach volley e centinaia di turisti, la più parte inadatti a visitare una spiaggia non attrezzata. Con le persone che ho conosciuto sul posto abbiamo fatto qualche scambio a beach volley contro i ragazzi locali, che aspettano l’arrivo dei turisti ogni mattina per sfidarli. A forza di partite loro sì che sono allenati. Ho preso la sfida sul personale, ma mi sono reso conto che le mie qualità da pallavolista, dopo tanti anni senza giocare, si sono nettamente ridotte. Purtoppo atterrando male da una schiacciata mi sono fatto male a un dito del piede. Si è gonfiato. Sarà rotto? Il mio compagno di barca italiano, Giulio, ha commentato che tanto se sia rotto o meno non posso comunque fare niente per risolvere. Menomale, così ho continuato a vivere la giornata appieno, come se non fosse successo niente.

Seduto sulla spiaggia osservavo le centinaia di persone, guardavo le dozzine di barche che facevano chiasso e fumo puzzolente. Bacuit bay era un paradiso e noi l’abbiamo trasformata in un inferno. Lo spettacolo è lo stesso tutte le mattine, 365 giorni all’anno, eccetto quando c’è il diluvio universale. La seconda tappa è stata

Appena arrivati alla seconda tappa del tour, tutti si sono tuffati a fare snorkeling nell’acqua cristallina, mentre io mi sono tuffato in un sonno profondo. Al mio risveglio mi trovavo sotto un costone altissimo di roccia nera, caratteristico delle isole della Bacuit bay. È una roccia calcarea, formata da antiche barriere coralline che nel tempo sono state soggette a grandi pressioni e temperature. L’effetto è quello di una colata di lava fresca, piena di spunzoni come candele consumate con una gonna di c’era colata intorno.

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Anche nella terza tappa si sono buttati tutti in acqua, e io a capofitto in un altro sonnellino. Anche se i posti erano bellissimi io non ero stimolato a partecipare a un’esplorazione in quella modalità. Eravamo sempre tutti accalcati e nessuno spiegava niente, finché… mi è apparsa davanti una delle più grandi bellezze naturali che io abbia mai visto. La Big Lagoon, un’ansa naturale scavata dal mare con pareti altissime è immersa nella giungla. Si poteva accedere solo via canoa, pagando extra. Non ci avevano avvisato che la canoa era obbligatoria per cui ho guidato una specie di ammutinamento di tutti i passeggeri contro il capitano della barca. Alla fine lui era d’accordo con noi sul fatto che saremmo dovuti essere avvisati in anticipo e ci ha consigliato di andare a lamentarci con l’agenzia più tardi. A posteriori non ne abbiamo sentito il bisogno. Per quei 150 pesos (2€) in più a persona abbiamo avuto accesso a un posto unico al mondo. Giulio e io siamo saliti su una canoa doppia, che ha iniziato ad affondare. Ce en siamo accorti in tempo prima di avventurarci da soli dalla rada fino alla costa. Saliti su una nuova canoa con stabilità verificata, siamo entrati nella laguna attraverso una lunga gola con acqua bassa e fondo sabbioso. Una volta dentro l’acqua aveva un colore verde scurissimo, quasi nero. Ricordava una scena del lago in cui nuotava Harry Potter in una competizione tra le varie scuole dei maghi.

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Non veniva voglia di tuffarsi ma abbiamo provato a fare qualche discesa per vedere il fondo. Abbiamo notato che l’acqua in superficie è dolce. ma poi dopo essere scesi qualche metro si ritrova l’acqua salata e i soliti pesci di mare. è come se durante la discesa in verticale si passasse dall’ambiente naturale di un lago nel mezzo di una giungla tropicale ad un reef corallino dell’oceano pacifico. Con grande meraviglia abbiamo scoperto che i coralli erano gli stessi dei reef normali ma con un colore completamente diverso: tutto verde prato. Probabilmente fanno simbiosi con delle microalghe diverse, di acqua dolce, e per questo prendono un colore così particolare. Chissà se gli organismi marini che vivono lì sotto sono consapevoli che sopra di loro ci sia l’acqua dolce. Probabilmente no e probabilmente se ne fregano.

Il rientro alla base è stato ancora più spiacevole degli altri tratti che abbiamo fatto in barca. Nel pomeriggio erano saliti vento, onde ed erano arrivate le nuvole e qualche spruzzo di pioggia. La bangka non è progettata per proteggere i passeggeri da nessuno di questi elementi. La mia stanchezza residua ha giocato a mio vantaggio e anche questa volta mi sono addormentato.

Finalmente ho avuto il mio risveglio più bello, l’arrivo in porto e la discesa da quella esperienza agrodolce che mi ha insegnato quanto sia egoista visitare dei luoghi belli nei confronti dell’ecosistema di quegli stessi luoghi. Non vedevo l’ora di arrivare in hotel perché nel pomeriggio avevo uno scopo ben preciso: quello di fare una bella siesta prima di cena. C’era una cosa nella mia lista dei desideri e El Nido che sarei partito senza provare se il mio aereo fosse decollato stamattina; il kinamut. Il kinamut è il pasto celebrativo delle Filippine. Si organizza quando c’è un evento particolare da festeggiare e consiste nel mettere un sacco di cibo sopra delle foglie di banana e mangiarlo con le mani tutti insieme. C’è il riso, immancabile, e poi vari tipi di pesce e di pollo cucinati in varie maniere. Di solito un pasto del genere si fa in grandi gruppi e per questo Carlyn mi ha spiegato che nel ristorante lo servivano per minimo due persone. Non potevo perdermelo. Ho ordinato per due e, per rispettare la tradizione di convivialità che questo pasto richiede, invitato Carlyn a cena. Visto che il ristorante era vuoto si è seduta con me e mi ha raccontato un po’ del suo passato. Non era stata sempre la ragazza affascinante e disinvolta che dava l’impressione di essere mentre gestiva il team dell’hotel. Era uscita da poco da un periodo buio, un periodo in cui non sarebbe stata capace di prendere la responsabilità di una struttura del genere. Mi ha spiegato che in Filippine, in particolare, se hai attraversato periodi difficili nessuno ti porge la mano per darti una nuova opportunità. Alec l’ha fatto e oggi grazie al lavoro di Carlyn tutto lo staff dell’hotel è efficiente, cordiale e cucina bene. Alec, d’altronde, ha un cuore grande e una visione molto affinata. Non l’ho conosciuta personalmente ma me ne ha parlato molto Cris, sua mamma. Potrebbe essere che una mamma abbia un’ammirazione eccessiva per una figlia, ma col suo racconto ho potuto valutare da me. Durante il Covid, Palawan è stata isolata completamente. Niente turismo, niente scuole, nessuna attività commerciale. Per un’isola che vive principalmente di turismo era un disastro. Le famiglie povere sono quelle che hanno sofferto per prime, ma poi anche le altre hanno accusato il duro colpo di non avere nessun incasso alla fine del mese. Alec ha osservato che i bambini iniziavano ad accusare la malnutrizione e ha preso la situazione in mano. Ha trasformato il suo ristorante, che tanto non aveva più clienti, in una mensa per bambini, tutto gratuitamente. L’iniziativa ha avuto “purtroppo” grandissima affluenza. Al suo picco il ristorante di Alec dava da mangiare ad 800 bambini al giorno, che facevano molti chilometri al giorno a piedi per mangiare un pasto. Durante il racconto di Cris mi domandavo “con quali soldi?”. All’inizio ha coinvolto il suo network di amici internazionali per ricevere qualche donazione, poi dopo qualche settimana sono passati due youtubers per caso. Hanno chiesto ai bambini cosa stessero facendo e loro hanno risposto “stiamo mangiando al nostro ristorante”. Grazie alla pubblicità fatta da quei passanti online, il ristorante dei bambini è riuscito a raccogliere abbastanza soldi per continuare a servire da mangiare a tutti per più di un anno, il tempo di uscire dall’emergenza. Penso che tutti i bambini sull’isola ormai conoscano Alec e il suo ristorante. Spero di avere modo anche io modo di conoscerla se riuscirò a tornare a El Nido più avanti durante il mio viaggio. Buonanotte.